Nell'itinerario della mente a Dio di S.Bonaventura vengono descritte le tappe che il pellegrino compie nel suo viaggio interiore verso la contemplazione unificatrice nel divino. Il mondo sensibile è visto come una teofania ed ogni cosa nello spazio-tempo come un calco che reca l'impronta dell'Artefice. Attraverso il purificarsi della mente e con l'acquisizione delle virtù (strumenti dell'evolversi interiore che si stabilizzano come condizioni d'essere) l'anima si disincrosta dei residui terreni e passionali per immergersi nell'oceano divino. Quest'opera, del resto non unica nel mondo cristiano medioevale (e Rosmini nel secolo scorso ne considerò il valore vitale) riprende il concetto del viaggio verso l'Uno indicato da Plotino il quale a sua volta riflette i motivi sapienziali della liberazione dell'anima di Platone. Ma ancora risaliamo ai misteri orfici fino alla ricerca sciamanica,dove non si concepisce una speculazione astratta ma verifiche e vissuti reali dell'anima. Dal viaggio sciamanico al viaggio celeste descritto nelle grandi opere cinesi, babilonesi,islamiche ( in cui si inscrive anche la divina commedia) il motivo è lo stesso. La religiosità, insomma, prima di essere una struttura dogmatica precomprensiva- e istituzionale è un vissuto dell'anima. Non è importante la bottiglia ma il vino che c'è dentro ed il collezionare bottiglie non rende per questo ubriachi né intenditori. Lo spirito francescano di Bonaventura riflette la mistica sufi che il poverello d'Assisi aveva ben assimilato tanto da trasformare la sua esistenza e permettergli di dare ossigeno alla stessa cristianità. Un itinerario verticale, dunque, è la vita dell'anima pur relazionata a quella del corpo che orizzontalmente dalla culla finisce alla tomba. Come ci sono delle fasi nella vita esteriore corporea e psichica,suggellate da azioni ,così nell'evolversi spirituale ci sono situazioni caratterizzanti che si riversano sul piano orizzontale, esistenziale. In un certo senso nel santo realizzato,tutta la sua vita è sintetizzata nella consapevolezza spirituale di modo che passato e futuro si coagulano nella centralità di un presente extrafenomenico. Non raramente i mistici hanno predetto la loro morte e si sono sganciati dalle limitazioni fenomeniche. Così vuole una tradizione che non è fatta solo di astrazione filosofica ma di vissuto-amore sapienziale. Le stazioni indicano dunque situazioni interiori che sono tutt'uno sul piano della consapevolezza e dell'esperienza come il simbolismo della croce chiarisce. Esse si traducono nella vita, nel fare oltreché nel pensiero. Gli stati,invece dato il loro carattere momentaneo possono certo "segnare"la vita ma non trasformarla armoniosamente. E' un conto avere "sentore"d'una cosa altro è "conoscerla". Va precisato che gli stati e le stazioni (hal e makam) non sono da confondersi con le visioni mistiche essendo queste, in genere, molto circoscritte alla religione (o all'inconscio collettivo d'appartenenza, nel linguaggio della psicologia del profondo) per cui S.Teresa ha visto il suo inferno o il suo paradiso, che poi è quello cattolico che lei aveva introiettato, mentre un buddista quello della sua tradizione, e avanti parlando di un indù, di uno scintoista, di un pellerossa. Non c'è pericolo che ci siano scambi di visioni, esattamente come solo dopo una globale famigliarità con una lingua straniera si comincia a pensare con essa. E' invece importante considerare il minimo comun denominatore che sintetizza un simbolo od una icona , per esempio a monte delle dee e delle madri divine c'è sempre la Grande Madre o il Femminile. Lo stato è relazionato alla Grazia (Barakha), è un dono che viene vissuto non solo dal viandante ma potenzialmente da chiunque sia nelle condizioni giuste, in termini di dilatazione interiore, di ebbrezza,di amore, di certezza di un piano che oltrepassa le limitazioni delle percezioni ordinarie. Oppure di contrazione,nel momento di consapevole pentimento della miseria umana per esempio,soprattutto della propria. E' quindi il morire di una esistenza condizionata dall'apparenza, dall'egoismo ed un rinascere in una percezione più libera e permeata dalla saggezza. E' un processo alchemico vissuto sulla propria pelle dove la rubedo significa intimità col divino, consapevolezza che Dio nel Suo Tutto è Uno e nulla è fuori di Lui o associabile a Lui. Certamente molti stati anziché essere spirituali sono in genere emotivi, non per questo non importanti nel fluire della vita interiore, come quando si ascolta una buona musica o si rimane commossi da un paesaggio, da un'opera d'arte,da vicende umane. Altri ancora sono effetto di squilibri, tipici del resto in chi è immerso nel mondo infantile della magia o di devianti spiritualismi. Le stazioni sono stati permanenti, ossia condizioni interiori normali in cui la virtù che prima era strumento d'ascesi diventa un'acquisizione stabile facente parte della propria natura. Comunque, sempre legate al processo di unificazione con la realtà divina la quale riassorbe tutto quanto prima era percepito separatamente. Gli eventi stessi vengono visti come un'espressione dei Nomi divini e non come un meccanismo esterno indipendente. La percezione dell'Essere Uno unifica tutte le altre. Esiste anche una correlazione tra gli stati ed il risveglio dei chakras, percepiti fisicamente sotto forma di calore e di luce. E' insomma la liberazione dell'energia (kundalini nei tantra,la libido secondo Jung) prima addormentata nelle ombre materiche. Mentre la letteratura mistica cristiana presenta in modo poetico le esperienze degli stati interiori nel sufismo i diversi maestri delle tariqah hanno cercato di quantificare ed enumerare questi stati ma va da sé che essendo ogni persona irripetibile ogni descrizione si piega e ritrasforma in modo soggettivo. Certo esiste pure una successione per cui ad un grado ne segue un altro inglobando il precedente, come negli stati ordinari dove, per esempio, per capire un simbolo in un'opera prima bisogna averlo studiato. Per fare del buon pesto alla genovese occorre procurarsi gli ingredienti giusti e locali, occorre insomma una sequela di alimenti interiori,di gusti,di una loro elaborazione equilibrata sotto la guida di un maestro esperto, affinché si possa parlare di stazioni,la differenza insomma che sta tra l'intuizione ed un sapere ormai acquisito nella mente e nel cuore,ma meglio nell'Anima stessa. Senza l'umiltà (consapevolezza dei propri limiti e soprattutto del proprio stato: quel che si è) non c'é sincerità e viceversa. Ogni virtù abbisogna dell'altra. Alla base di tutto il cammino,oltre allo sforzo individuale, c'è il richiamo spirituale, l'esigenza metafisica, e in questa vocazione ogni virtù consapevole (gli atteggiamenti meccanico-formali delle virtù possono essere anche dannosi) chiede di essere attuata, di stabilizzarsi nella grazia che pur permea da sempre l'universo intero. Del resto lo sforzo senza vocazione si spegnerebbe subito in quanto essa funge anche da motivazione capace di superare i richiami mondani. La realizzazione del Sé armonica e globale (al cui apice, per effetto mistico, c'è la consustanziazione con la Verità- alHaqqu- e la sua testimonianza quale quella di alHallaj ) è la meta del viaggio. Per i mistici cristiani essa si connota nell'identificazione con l'universalità di Gesù. Chi la compie (o la "svolge"in un Lavoro che termina con la vita stessa), esteriormente non è diverso dagli altri, se non per un equilibrio affettivo e di ragionevolezza non comune in mezzo a tante nevrosi e fobie caratteristiche di quest'epoca; la quotidianità motivo stesso, durante il viaggio, di osservazione e sublimazione, continua a scandire i propri ritmi negli interessi e doveri comuni. Ma la differenza sta nell'intimo, non più umiliato od esaltato da nessuna cosa di questo mondo,ormai rappacificato dal sapere stesso. Inoltre l'unica realtà di cui si può essere orgogliosi è l'anima divina che pur non ci appartiene, e l'umiliazione è data dalla Verità stessa che ci riconduce al buon senso ed alla consapevolezza del limite sempre presente nella vita terrena. Cito Abd el Kader: Ma per noi vi è soltanto una Realtà unica,eterna,la cui trascendenza esclude che le cose contingenti siano presenti in sé o che Essa sia presente nelle cose contingenti.
prof. Nazzareno Venturi 1998
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