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Le reazioni integraliste e fondamentaliste islamiche sono un fenomeno abbastanza recente,  dopo-coloniale, non certo assenti nel passato poichè il fanatismo è come un'ombra che accompagna ogni religione, ma non così  pregnanti.  Mantenere l'ignoranza e la povertà, incitare all'odio e alla violenza fingendo di non esserne all'origine, creare divisioni interne per controllare meglio la popolazione: questa è la meschina strategia che  finisce per danneggiare dominatori e dominati e portare il pianeta all'ecatombe. Quando l'Islam si diffuse in India il contrasto religioso fu più folcloristico che ideologico. La religione del puro monoteismo, doveva convivere con i culti di divinità più disparati, precipui dell'induismo. Perfino ratti, vacche e serpenti erano venerati ed avevano i loro templi. L'Islam con tolleranza lasciava alla popolazione questi culti pagani e non innescò mai su larga scala repressioni sanguinose. Del resto l'intelligenza indù adorava anch'essa un'unica divinità impersonale, l'infinità del Brahman-Atman, e considerava tutti gli dei come simboli o nomi divini,  parti nel flusso del divenire fenomenico (samsara). Il sultano di Delhi, Muhammad Tughluq fu estremamente aperto in fatto di religione, invitava i sapienti indù e jaina alla sua corte, proteggeva gli yogi ed amava la filosofia greca. Ma l'amministrazione politica è un'altra cosa, ci vuole senso pratico e capacità di scegliere la cosa opportuna facendo coincidere l'utile al bene generale.  Bravo filosofo ma un vero disastro come reggente, non tanto perché gli mancava l'ingegno, anzi, ma per via dei suoi progetti utopistici. Si inimicò presto le alte sfere amministrative per cui ritenne di doversi affidare agli stranieri offrendogli alti incarichi e salari ingentissimi, soprattutto tra il 1327 ed il 1330, proprio quando Ibn Battuta bussava alla sua porta.

Il tragitto  verso Delhi del nostro attento viaggiatore, fu ricco di incontri con fratelli sufi , ma tra tutti spicca  la sua visita a Multan allo shaik alshuyuk dei Surawardiya, Rukn al Din Abu l'Fatah, oggetto della profezia fattagli dal mistico di Alessandria d'Egitto sette anni prima. Poi fu la volta dello shaik Ala al Din Mawj-i Darya dell'ordine Chisti, confraternita in cui è diffusa la credenza nella reincarnazione, del resto accettabile  da tutti i musulmani , essendoci passi coranici che paiono supportarla. Chi vuole ci può credere.

Il sultano prese a ben volere Ibn Battuta e  gli affidò la carica di qadi. Egli amministrò vasti territori ma sembra essersi dimostrato poco sensibile nei riguardi della povera gente anche quando, durante un periodo di carestia, in preda alla disperazione si cibava di qualsiasi cosa , di pelli d'animali, di carne marcia e perfino di cadaveri umani. Una volta invischiato nel gioco esibizionistico di regalie, opportunismi, cerimoniali, in cui ogni dignitario era impegnato, e soprattutto nel clima paranoico del potere, negli intrighi di corte,  aveva poco tempo per accorgersi del prossimo. Ma nonostante tutti gli accorgimenti  adottati per rimanere a galla, cadde in disgrazia a causa della sua amicizia con lo shaik ( chisti ?)  Shihab al Din, il quale, trattava apertamente con distacco il sultano: la mia casa, diceva,  ha due porte, se il sultano entra da una io esco dall'altra. Il sultano cercava l'impossibile: sottomettere i sufi al suoi volere come se fossero comuni ulama ed imam religiosi. Il sufismo per natura è apolitico, è libero dall'avidità del potere e dell'avere, ciononostante i sufi, essendo attivi nel mondo, anche nei campi culturali dalla scienza alle arti, hanno avuto un peso determinante per il consenso. Il potere secolare ha tentato di sottometterli, in certi momenti,  opponendogli i giuristi ed i teologi ufficiali,  docili servitori resi tali da un pò di soldi e di patacche d'onore. Operazione, questa destinata all'insuccesso in quanto il sufismo è il cuore dell'Islam: ogni azione creata per danneggiarlo si ripercuoteva contro il mandante: il tessuto popolare sano e l'élite intellettuale libera  finivano per proteggere i sufi e rivoltarsi contro il potere. I martiri, non certo per vocazione, comunque non mancarono e Shihab al Din fu uno di questi.

A causa dell'amicizia con Shihab, Ibn Battuta rischiò l'esecuzione come traditore.  Egli racconta di aver digiunato ininterrottamente per diversi giorni , recitato giornalmente tutto il Corano  e le parole ispirate in cuor suo : "Sufficiente ed eccellente è per noi Dio come protettore" . E venne la grazia. Si ritirò dunque in una caverna con un sufi , da molto impegnato in uno stile di vita rigorosissimo.  Dopo 5 mesi di astinenze  e rischiato il collasso Ibn Battuta decise di aver espiato a sufficienza. Stava per ripartire per la Mecca quando il Sultano  lo chiamò, come se niente fosse successo, per dargli l'incarico di ambasciatore in Cina. Doveva portare una nave di doni per l'imperatore  e  scortare una delegazione di 15 cinesi. Era un'occasione unica da non poter lasciare,  eppoi, una volta in Cina... chi s'è visto s'è visto.

Ma il destino serba sempre delle sorprese. Sembrava fatta, la riva dell'India era lontana così come gli imprevedibili cambi di umore del sultano, c'era solo qualche nuvola un pò troppo nera e pesante all'orizzonte...   una tremenda burrasca si scatenò e nella furia dell'acqua e dei venti il nostro "miracolato" perse tutto,  e  gli andò ancora bene se riuscì a rimanere in vita. Tutto cominciò quando, in un afoso mattino d'agosto, lui e i suoi compagni videro dei briganti  scappare precipitosamente da un villaggio, dopo aver compiuto una razzia. Ancora con lo spirito di qadi, il difensore della legge si scagliò al loro inseguimento incitando gli altri musulmani a seguirlo, ma il gruppo si frammentò e lui si trovò, da solo, nel bosco, con i briganti al contrattacco alle sue costole. Credette di cavarsela con uno stratagemma: fece scappare il suo cavallo,  sperando di dirottare l'attenzione dei  briganti, mentre  lui stava rannicchiato in un fossato. Ma quando si mosse, fatti pochi incerti passi da accucciato, sollevando il viso si vide circondato da  40 briganti muniti di archi e frecce. Non lo finirono sull'istante, forse perchè patetico, rimandando l'esecuzione al loro accampamento.  Dopo aver sudato freddo in quella interminabile attesa, dove nessun guardiano se la sentiva di ammazzarlo, un giovane brigante decise che si poteva anche lasciarlo andare. Ibn Battuta gli diede per ringraziarlo la sua costosa e ricamata tunica  ed in cambio accettò, forse esibendo gioia come se avesse concluso un affare,  un sottilissimo perizoma celeste. Vestito, si fa per dire, da quell'umile indumento, errò solitario per una decina di giorni  per le foreste di bambù, sempre uguali e senza fine.

E la storia va avanti tra colpi di fortuna  rivelatesi alla fine  sfortunati e sfortune sfociate in eventi fortunati, tra momenti di ricchezza ed altri di povertà,  in un tessuto di vicende che livella quelle differenze per  cui lottano gli esseri umani. Ritroviamo ancora Ibn Battuta, in versione guerriero, partecipare all'assalto vincente di Sandapur ed ottenere come bottino una schiava. E' sconsolante quel che racconta per mostrarsi uomo tutto d'un pezzo, quando rivela invece di aver fatto una carognata: ..."E a me assegnò una giovane prigioniera di nome Lemki da me rinominata Mubaraka. Suo marito si offrì di riscattarla ma io rifiutai". Evidentemente l'istinto di branco è capace di cancellare, in un attimo, tanto tempo dedicato alla riflessione, allo studio, ai buoni propositi.

Anche alle isole  Maldive il nostro Ibn Battuta ricoprì la carica di qadi, tanto per cambiare le sue riforme furono improntate alla severità. C'è da chiedersi come, dopo tanti viaggi e tante esperienze, dopo tanti incontri con sufi illuminati, egli sia potuto rimanere un ostinato bigotto. Nonostante il Corano sentenzi che non deve essere fatta alcuna coercizione in fatto di religione, tra le riforme da lui attuate, ci fu l'imposizione della preghiera pubblica del venerdì, pena  la frusta e la gogna. Cercò, invano, di cambiare i costumi locali delle donne, esse vestivano con un telo avvolto intorno ai fianchi ma per lui troppo succinto, colorato e grazioso, meglio una bella cappa integrale, magari nera. Dimenticava che il Corano consiglia un vestito decente e nulla più, insomma di evitare la nudità dei seni, glutei e pube in pubblico (il velo fa parte del costume arabo, per uomini e donne, ed ha il senso di un berretto estivo per ripararsi dai raggi del sole, esso è obbligatorio solo in moschea. Il Corano, nei termini originali, consiglia alla donna di "avvolgere e far cadere il manto sul petto"). Fortunatamente per tutti, i soliti intrighi di potere, lo allontanarono da quelle isole ( dove prese moglie 6 volte e, considerando i divorzi, fu ligio a mantenerne  4 come prevede la legge coranica) . Né una sua cospirazione per impossessarsi delle isole ebbe buon esito, ma meglio passare oltre.

Finalmente fuori dalla politica ritroviamo Ibn Battuta a Ceylon, qui valeva la pena di visitare la montagna di Adamo, così vuole la leggenda, chiamata così perchè la vetta conica a forma di piede riporta la sua impronta, secondo i musulmani, ma, in altre altre versioni, si trattava del Siddharta a essere passato di lì, secondo i buddhisti, di Siva per gli Indù , di San Tommaso per i cristiani. La rocciosa via che si inerpica sulla montagna conduce, dunque, ad unica meta,  fedeli con diversi schemi mentali nella testa.

Fu poi la volta  dell'Indocina e della Cina, da Chittagong all'isola di Sumatra, a Canton, a Chuanchow e a Pechino, su imbarcazioni cinesi nettamente migliori per capacità di carico e resistenza di quelle usate dai musulmani.

Evidenziamo subito, a proposito di questa ultima fase dei viaggi di Ibn Battuta, la possibilità di contenuti  apocrifi: mancano episodi vivi e le descrizioni sono spesso lacunose, incerte, improprie, per quanto nulla d' impossibile.  In Cina   esistevano  comunità  e centri commerciali musulmani ben disposti a dare ospitalità al viaggiatore, oltre agli immancabili sufi. Nessuno ha dimostrato che Ibn Battuta non abbia visitato la Cina anche se, le imprecisioni del racconto, mettono a dura prova il tentativo di far chiarezza sulla struttura di questa fase del viaggio. Forse non andò oltre Hangchow. Qui riferisce di aver comprato una bellissima giovane schiava  e di  aver soggiornato presso una famiglia veneziana, nel quartiere musulmano. Il seguente viaggio a Pechino è così storicamente vago da renderlo inattendibile. Di sicuro ad Ibn Battuta stava a cuore riferire tutto quanto ha visto nel dar al Islam,  per lui  l'unica civiltà degna di questo nome, mentre il resto, ai suoi occhi, diventa un'appendice poco interessante. Il viaggio in Cina dice di averlo vissuto con fastidio per i motivi che vedremo, da cui un distacco ed una imprecisione narrativa, in parte, comprensibile.

Sbarcato a Chitagong risalì il fiume Meghna verso le propaggini orientali della catena Himalayana. In queste terre   incontrò lo shaik Shah Jalal di Sylhet, famoso per le sue predizioni ed i suoi prodigi, pare anche  vissuto fino alla veneranda età di 150 anni. Ancor oggi la sua tomba è meta di pellegrinaggio . Ibn Battuta racconta come il vecchio shaik non potesse saper nulla di lui, eppure  gli mandò incontro dei discepoli avvertendoli dell'arrivo di un visitatore dal lontano maghreb. Lo trovarono a due giorni di viaggio. Quando Ibn Battuta fece visita allo shaik questi lo abbracciò e baciò dicendogli:" sei un viaggiatore dell'Arabia!" Al che i suoi discepoli dissero:" non solo, ma anche dei paesi non arabi! ". Lo shaik ripeté :   "perbacco, viaggiatore anche dei paesi non arabi, allora trattatelo con riguardo!" Insomma gli diede il contentino di sentirsi importante.  Non è forse quanto Ibn Battuta perseguiva, come un cagnolino il suo osso? Mossa tipica di uno shaik, ma avrà capito dove riflettere?

Ridisceso il Meghna si imbarcò su una giunca alla volta di Sumatra, ultima propaggine del dar al-Islam. A Malacca lo troviamo vestito di un perizoma come tutti gli altri indigeni, rispettoso delle usanze locali più umili. Qualcosa, allora, sembra proprio maturare nel nostro. Non si adatterà invece alla Cina. Elogia le bellezze della seta e delle  porcellane, la sicurezza sociale giacché non v'erano ladri e banditi, i vantaggi della moneta di carta, i giochi di illusionismo, la dolcezza dei frutti, le distese sconfinate, i polli enormi. Ma c'è qualcosa a dargli fastidio per tutto il tempo. Evidentemente la maturazione si era presto interrotta: "non mi davo pace che questo paese fosse in mano ai pagani..." . L'Islam coranico non è proselitista, ma Ibn Battuta avrà inscenato, dove poteva, qualche conferenza moralista dall'impatto zero. Nello spirito confuciano, taoista o zen le chiacchiere teologiche , per lo meno di un certo tipo, sono fuori luogo e fuori luogo si sentiva Ibn Battuta, un postulante sufi, sempre in attesa che si aprano le porte del cuore.

Quando trovava dei musulmani, riferisce: "avevo l'impressione di incontrare un famigliare ". Del resto, dobbiamo essere comprensivi, ormai da molti, troppi anni era lontano da casa, ossia da una vita tranquilla, coi suoi ritmi rassicuranti. C'è bisogno, oltre dell'estroverso viaggiare anche di un introverso stare, per rintracciare la propria realtà interiore. I monsoni autunnali del 1346 cominciavano già a soffiare. Era il momento di ritornare, con una ventina d'anni in più,   a casa.

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