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Il momento tanto atteso di realizzare il progetto di inoltrarsi in India, stava per realizzarsi. Un paese in cui, così dicevano i mercanti e chi c'era stato, il sovrano offriva incarichi importanti e superpagati agli stranieri . Si apriva anche la possibilità, al giovane, di capire come funziona il teatrino del mondo, dove ognuno recita una parte decisa dalla società e dalle sue consuetudini e credi. Si prendono i copioni senza capire perchè e se è giusto fare e pensare in un certo modo. Ci si sente normali se si ripetono le azioni e le parole degli altri, quando, a ben rifletterci senza paraocchi e museruola, potrebbero risultare dannose , sbagliate o inutili.  Così Ibn Battuta, sul finire del 1330 ( o del 1332), si imbarcò a Latakia in Siria su una nave mercantile genovese diretta in Anatolia. Nulla di strano per lui, non nuovo a stravaganze. E' come se ai nostri giorni un turista italiano si organizzasse per un viaggio in Giappone ma, una volta all'aeroporto decidesse, già che c'è, di prendere l'areo per il Brasile.

Nella penisola anatolica, tra il mar nero ed il mediterraneo, stava sorgendo una nuova società islamica di etnia turca, quella  diventata il grande impero turco degli ottomani o osmanli, dal leggendario   Osman . Costui era il comandante degli arcieri a cavallo,  vincitore del contingente bizantino ad Izmit, inizio dell'avanzata verso i territori di Bisanzio. Nel 1326 venne conquistata Bursa destinata, per un certo tempo, ad essere la capitale ottomana ed ad assumere un ruolo centrale  nella via della seta. Infine, il combattivo erede di Osman, Orkhan unificò tutta la penisola. Poi fu la volta dei Dardanelli, della Tracia, e da lì gli ottomani avanzarono verso l'Europa orientale. V'è da rilevare, di questa espansione, la modalità in cui è avvenuta, non  tanto dovuta al fatto bellico, quanto alla debolezza prima di Bisanzio, poi delle altre terre europee, sia sul piano militare sia su quello culturale. Ormai Bisanzio faceva affidamento su truppe di mercenari e  governanti spesso inetti e  sofferenti di diversi handicap mentali e fisici: si incrociavano infatti tra parenti stretti  per mantenere il sangue blu (ossia di derivazione celeste, di affiliazione divina). Debolezza, quella dell'impero bizantino, non certo verso la popolazione, spremuta fino all'osso per ottenere introiti sempre più onerosi, né verso i gruppi minoritari. L'Islam, in genere  più tollerante e meno esoso, era preferito ai governanti locali, per cui l'accanimento difensivo della gente del luogo era quasi nullo. La storia ha fatto giustizia del detto "mamma li turchi", uno slogan fatto ad arte per impaurire la gente. Ma si sa, la politica è la politica.

Ibn Battuta  percorse questo nuovo mondo in formazione, sotto l'egida di un islam eclettico e pluralista, amante delle arti e della cultura in ossequio al Corano. Più volte rimase impressionato dall'ospitalità  ricevuta grazie alle organizzazioni " fityan", basate sui  nobili principi  diventati anche in occidente quelli della cavalleria: la nobiltà, la generosità, l'onestà ed il coraggio. Queste associazioni periferiche del sufismo, già attive ai tempi degli Abassidi, furono di vitale importanza durante   l'invasione mongola per dare soccorso immediato alla popolazione rimasta e nella ripresa delle città. In esse si coltivano le virtù umane capaci di mantenere una perenne giovinezza e purezza d'animo (la futuwwa). Sono simili all' impianto massonico dove i compagni dedicano il loro lavoro all' evoluzione sociale, un lavoro, di riflesso anche interiore, di trasformazione del sè, da grezzo a raffinato nel sentire, nel giudicare, nel fare. Purtroppo Ibn Battuta non capì una lezione  impartitagli dal vivo ad Antalya, quando era ospite dello shaik della madrasa locale. Qui entrò un uomo col capo coperto da un berretto di feltro e dagli abiti umilissimi,  invitando il nostro e gli altri viaggiatori a cena. Questi accettò tanto per essere cortese, poi  quasi seccato chiese allo shaik cosa ci facesse un povero in quel posto, anche un pò fuori di testa, certo impossibilitato a "pagare da bere e da mangiare a tutti". Lo shaik  rise di cuore spiegandogli che quello era un maestro importante ( akhi) anche se faceva il ciabattino, un uomo generoso a capo di un gruppo di circa duecento persone tutte impegnate in diversi mestieri: i frutti dei guadagni venivano investiti in opere, come l'ospizio in cui l'akhi li aveveva invitati. Quando entrò nell'edificio  rimasero tutti a bocca aperta ,  ammirando lampadari di vetro irakeno e i  pavimenti coperti di magnifici tappeti. Il banchetto fu poi delizioso con canti e danze finali. Grazie a queste associazioni , da una città all'altra dell'Anatolia, il viaggio proseguì  comodamente.  Ibn Battuta incontrò diversi reggenti riuscendo ad ottenere da loro regali di cortesia. Più frequentava la cosiddetta alta società più  si capacitava della sua cultura e realizzava una sicurezza  di sé,  un'autosufficienza di fronte al potere mondano che gli sarebbe servita nella vita. Ma tutto comodo nella vita non può andare. Avremmo finito qui il nostro racconto, anzi non lo avremmo neppure scritto giacché la Rihla non sarebbe mai stata compilata, se Ibn Battuta si fosse perso una notte tra i monti innevati del Ponto .  La guida se l'era svignata lasciando lui e i suoi compagni di viaggio tra le montagne. Se il torpore causato dalla stanchezza e dal freddo lo avesse vinto non avrebbe passato la notte: lasciò i suoi compagni in cerca d'aiuto seguendo a fatica in groppa al cavallo il sentiero di pietre che spuntavano dalla neve. Era quasi assiderato quando trovò alcune case, sperando vi abitasse qualcuno, si diresse verso il primo edificio: era una tekke sufi. Non solo si ritrovava tra fratelli ma fu un suo vecchio amico  a prestagli i primi soccorsi. Saputo dell'accaduto alcuni sufi premurosamente accorsero a salvare i suoi compagni.

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Ibn Battuta afferma  di avere sempre  evitato, laddove possibile, di passare due volte per la stessa strada, fu così che si diresse  verso l'India  non per la via più breve,  ripassando dalla Persia, bensì per quella più difficile tra le steppe dell'Asia centrale,  dalla regione del Volga alle coste del lago d'Aral. Eccolo dunque  attraversare l'odierno Afganistan e guadare il fiume Indo. Ma cominciamo dall'inizio.

A Sinope, sul mar nero,  si imbarcherà su un mercantile, probabilmente genovese, diretto in Crimea. Furiose tempeste portarono l'imbarcazione sul punto di affondare, ma i passeggeri se la cavarono con una buona dose di paura. Sbarcarono a Kaffa, dove i genovesi avevano la loro colonia più numerosa. Circa duecento imbarcazioni ormeggiavano nel porto, alcune pronte a salpare, cariche di legname, spezie, pelli, grano e schiavi destinati ai lavori di fatica a Cipro od in Italia, oppure a qualche mercato al Cairo. Qui a Kaffa Ibn Battuta ebbe una performance di fanatismo deplorevole, soprattutto per un seguace del sufismo, i cui valori si ispirano alla tolleranza e ad una visione universalista e mistica del fatto religioso. Forse stressato dal viaggio e bisognoso di riposare montò su tutte le furie quando le campane delle chiese cominciarono una dopo l'altra a martellare le sue orecchie. Coi suoi compagni si precipitò sulla cima del minareto per recitare a squarciagola il Corano, quasi in una guerra da stadio. Il qadi (giudice) del luogo si precipitò, armato fino ai denti, sul minareto per fare star zitta quella comitiva sul punto di far scoppiare una guerra religiosa. Ma tutto finì lì, in quanto i genovesi non avrebbero avuto niente da guadagnare con delle baruffe. Si diresse dunque ad al Qiram, dove c'erano meno campane, alloggiando in una tekke sufi. Qui comprò tre carri e   muli per tirarli, ed una giovane schiava greca. La carovana  formatasi aveva poco e nulla di simile a quelle che solcano i deserti sahariani ed arabi, più o meno doveva apparire come una di quelle mormoni del vecchio west. Ci mancavano solo gli indiani dietro le rocce, ma Ibn Battuta non poteva saperlo perché altrimenti avrebbe fatto di tutto per incontrarli. La squinternata carovana ncrociò  invece quella più dignitosa e sfarzosa del  khan mongolo in persona. Fatta in fretta amicizia, pregò  con lui alla festa della rottura del digiuno (id al-fitr), durante la preghiera del pomeriggio, dopodichè tutti a tavola! Chissà come Ibn Battuta   si sentiva importante nello stare insieme a un khan mongolo anche se non nel pieno delle sue facoltà, a dire il vero barcollante, essendo reduce da una sbornia colossale (... e qui il nostro moralista chiude un occhio, essendo proibito l'uso di bevande alcoliche nell'Islam, e fa bene  avendo cara la testa sul collo). Si sofferma invece a commentare un'altra situazione: quando la prima moglie (khatun) entra nella tenda d'oro del sultano, questo le va incontro prendendola per mano e solo quando essa si siede sul trono anche lui si siede. Inoltre egli annota, sia la moglie del sultano, , sia le altre  donne, pur essendo musulmane, girano senza velo. Nella Rihla riferisce con dovizia sulla libertà e sul rispetto che godono le donne mongole e turche, con costumi così diversi da quelli arabi.

Naturalmente la sua carovana fu inglobata in quella più grande e, dopo diverse vicissitudini, si trovò a viaggiare, vestito di una bellissima tunica,  su un  carro fuoriserie trainato da tanti e bellissimi cavalli,  insieme alla  principessa Bayalun. Essa, incinta di qualche mese, aveva chiesto il permesso al marito di andare a partorire da suo padre, l'imperatore Andronico III re di Bisanzio. Il sultano, che aveva sposato la figlia dell'imperatore bizantino per motivi diplomatici, non ebbe nulla da obiettare. Ovviamente Ibn Battuta non poteva lasciarsi sfuggire l'occasione di andare a Bisanzio ed ottenne, pure lui, il permesso di accodarsi alla nuova carovana, con tanto di regali. L'india poteva aspettare.

Ibn Battuta fa dei bei commenti su Costantinopoli, ma in realtà, dietro e fuori le mura,  si trattava di un mondo in crisi, pronto a crollare come in effetti successe. Bayalun, una volta giunta in città, decise di rimanervi ( ritornerà dal marito, sembra, diversi anni dopo ) rimandando indietro la comitiva, Ibn Battuta compreso. Ma il terribile inverno asiatico era alle porte: il ritorno fu durissimo. Egli ricorda che quando si lavava la faccia l'acqua gli si gelava tra la barba e ricadeva in frammenti di ghiaccio. Per quanto si coprisse aveva sempre freddo: tre pellicce una sopra l'altra, doppio paio di calzoni e mutandoni, doppie calze lunghe e spesse, stivali in cuoio foderati di pelliccia d'orso. Anche se non esistevano macchine fotografiche, la descrizione lasciata dal nostro,  rende inutile ulteriori commenti. Il gruppo semi-ibernato riuscì comunque ad arrivare a Nuova Sarai, sul Volga,  dove stava alloggiando il sultano, per riferirgli ogni accaduto.

Quando Ibn Battuta ripartì dal Volga per dirigersi, questa volta veramente,  in India, era ricchissimo. Cavalli a non finire, gioielli, schiavi ed almeno tre giovani donne nel suo carro. Tutte donazioni fatte, oltre dal khan, anche dai nobili  via via incontrati. Sicuramente Ibn Battuta aveva imparato a gestire la sua immagine, a farla valere, ed il mondo è "una immagine" : proprio per questo, dicono i sufi, non vale un soldo bucato. L'immagine condiziona anche chi si ritiene intenditore d'uomini: chi è capace di scoprire un principe sotto il vestito d'un barbone  ed un miserabile sotto il vestito da principe? Ieri come oggi i personaggi vengono spesso disegnati ad arte, dalla politica allo spettacolo, il resto lo fa la risposta proiettiva della gente. E' tutta una questione di condizionamenti e di autolillusioni. In ogni caso se Ibn Battuta non avesse avuto una buon livello d'istruzione, delle capacità fuori dal comune, non avrebbe potuto gestire la sua immagine come ha fatto. Non era solo fumo negli occhi. All'inizio era un pellegrino a cui si donava una ciotola per pietà, a poco a poco divenne uno studioso abbastanza importante  a cui i sovrani si sentivano in dovere di rendere omaggi.  Ed Ibn Battuta ci prese gusto. Troppo, come vedremo.

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