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Nuovi amici e  compagni di viaggio spuntano fuori all'improvviso dal nulla: lo sa chi è abituato a viaggiare . Storie intrecciate come fili su un tappeto, sincronicità di incontri a dare un significato, una direzione al caso. Fortuna e abilità, comunque, hanno permesso ad Ibn Battuta di avere sempre,  o quasi, una persona fidata  vicino a sé , così anche durante l'attraversamento degli impervi sentieri tra le montagne rocciose  che separano la Mesopotamia dall'altopiano iranico. Quando raggiunse Baghdad vide l'ombra della città  di un tempo, ma comunque in ripresa, anche grazie ai commerci dei genovesi e  dei veneziani nella regione.

A Baghdad,  famosa in tutto l'oriente, era ancora viva la memoria dell'olocausto mongolo. Città fiore all'occhiello dello stato Abasside quando lo sciismo era dominante nell'Islam (detta fazione  considera fondamentale il ruolo dei discendenti diretti del profeta, gli imam, il dodicesimo ed ultimo dei quali si sarebbe occultato dal mondo visibile) ma con la sua conquista da parte dei turchi Selgiuchicidi nel 1055 il sunnismo (il quale dà importanza primaria alla sunna, ossia alle tradizioni riguardanti il Profeta  per regolare il comportamento sociale ed interpretare il Corano) prese sempre più campo inarrestabilmente (oggi i sunniti rappresentano il 90 % dei musulmani). Lo stesso al- Ghazali, elevato filosofo sufi,  si adoperò nelle università di Baghdad per diffondere il sunnismo, più laico e democratico. Resistenze sciite si organizzarono con la setta degli assassini (aschaschin=coloro che fumano aschisch) con azioni di terrorismo e di omicidi mirati. Non riuscirono i Selgiuchicidi a reprimerli bensì i mongoli che nel 1258 conquistarono Baghdad. Essi  rasero al suolo non solo le infrastrutture civili, agricole e cittadine, come se fossero state ai loro occhi inutili impedimenti ai pascoli (la loro cultura era nomadica, basata sull' allevamento di mandrie ) ma "ogni cosa che si muoveva", così riportano le cronache,  una caccia grossa in cui gli istinti erano liberi di manifestarsi a piacere .

La sensazione di desolazione, più ancora della rabbia che si prova quando, dopo essersi impegnati in un lavoro ben riuscito, lo si vede distrutto per un qualsiasi motivo, a livello collettivo è quella  avvertita nel veder sfumati secoli di civiltà da una brutale quanto fulminea invasione. Lo sgomento doveva opprimere ciascun animo sensibile e colto : opere architettoniche, monumenti bellissimi e  soprattutto decine e decine di migliaia di persone annientate dalla furia di un popolo senza nozione di civismo evoluto. Ma non fu un genocidio programmato per motivi razziali o religiosi. Era l'espandersi di chi non riconosceva altro della propria tribù, del proprio branco avido di terre da conquistare.  Il terrore dei sopravvissuti delle città distrutte dall'avanzata, contagiava le restanti sulla strada dell'invasione, facendo sì che queste, per paura di subire la stessa fine, aprissero le porte ai conquistatori. Ma è proprio nella scarsità di cultura  dei  mongoli e dei loro capi che si innesterà nuovamente la intelligenza dei vinti. I mongoli furono costretti per necessità (non sapendo cosa e come fare) a lasciare l'amministrazione delle terre a funzionari turchi e persiani  e spesso divennero loro stessi musulmani. Sulle rovine venne così  ricostruito  quello spirito di civiltà internazionale proprio dell'Islam. Era la pax mongola. A tesaurizzare l'Islam saranno da allora i turchi coi loro cugini mongoli civilizzati, non più gli arabi.

Durante il tragitto Ibn Battuta si fermò a Umm Ubaida per visitare la tomba dello shaik  Ahmed ibn al Eifa'i, fondatore nel XII secolo  dell'ordine nel quale si era affiliato a Gerusalemme. Anche questa visita potrebbe derivare da un voto fatto in precedenza. Nella tekke conobbe  un discendente dello shaik ed assistette al rito dei Rifai'j. Ibn Battuta lo descrive  intriso di elementi  fachirici  assolutamente non consoni allo spirito del  sufismo autentico. L'origine del  sufismo, è fuor di dubbio si perde nella notte dei tempi, laddove  lo sciamanesimo nel suo rapporto con l'invisibile e nella ricerca dei segreti (anche medicinali) della natura costituiva la primordiale esperienza del sacro, ma di questo è un aspetto evolutivo già filtrato dai suoi elementi spuri ed infantili (può comunque consapevolmente utilizzarli).

Timpani e tamburi iniziarono a imporre il loro ritmo ed i sufi presero a danzare. Ci fu una pausa per la preghiera del tramonto e per una cena a base di focacce di riso, datteri, latte e pesce. Dopo la preghiera della sera era il momento  dello zikr con le sue litanie mistiche . Nel frattempo altri sufi diedero fuoco ad una catasta di legno, ed inebriati ci si gettarono sopra danzando e rotolandosi finché il fuoco non fu spento. Alcuni presero un grosso serpente mordendogli la testa fino a spolparla. Insomma la consueta delicatezza delle litanie, unita alla forza vitale dei ritmi e delle danze, preambolo di un intimo contatto col divino, sfociava invece  in stati di trance e di esaltazione non pertinenti al misticismo. Ibn Battuta non commenta ma, fatti in fretta i bagagli, si allontanò di buona lena. Pochi giorni dopo, passata Bassora lo intenerì  un sufi dedito all'eremitaggio,  una pratica, anche questa, non normale. Il sufismo evita gli eccessi e le costrizioni innaturali, pertanto, non prescrive l'ascetismo solitario o monacale, è previsto  invece periodicamente un ritiro spirituale, mai l'isolamento continuato: il sufi non è del mondo ma è nel mondo. Questo shaik invece se ne stava tutto l'anno nelle paludi vivendo di pesce. Ibn Battuta lo trovò seduto nei pressi di una moschea in rovina, gli chiese la benedizione e questo gli offrì anche un buon pasto a base naturalmente di pesce. Si trovò così bene con lui che meditò di mettersi a suo servizio per il resto della vita. Finita la commozione e  ormai a pancia piena, finì pure il proposito, e rieccolo nuovamente in viaggio.

Passando in mezzo a pericolosi dirupi, giunse ad Ischfan, dove prese alloggio in una tekke Suhrawardyya guidata dallo shaik Qutb al din Husayn. Capitò che una mattina, affacciatosi alla finestra della sua cella,  guardò con desiderio una  candida khirqa (la veste dei sufi)  stesa al sole ad asciugare . Nel mentre entrò lo shaik con un servo, al quale disse, di prendere la veste e regalarla al giovane viaggiatore. Seppur sorpreso Ibn Battuta, dopo aver baciato i piedi dello shaik,  ne approfittò per chiedergli in dono anche il copricapo e fu esaudito. Probabilmente non si trattava di un dono simbolico, ma di una conferma o di una entrata nell'ordine.   Ibn Battuta riporta a memoria l'elenco degli shaik alshuyukh fino al fondatore a prova della sua appartenenza alla silsilha (catena iniziatica). Non è strano che se ne ricordò quando dettò la rihla tre decenni dopo, mentre talvolta dice di non ricordare nomi di persone o di luoghi . Era infatti normale a quei tempi, per uno studioso, imparare a memoria non solo il Corano ma intere opere: un contesto unitario è più facile da memorizzare piuttosto di elementi frammentati nel tempo e nello spazio.  Il breve ritiro di due settimane coi Suhrawardi  suona come un cambio d'ordine o comunque espressione del bisogno di ritrovare cose buone e in armonia, comprensibile dopo  quello che aveva vissuto coi Rifai'j, in un contesto degenerato o deviato rispetto all'autentico spirito sufi. 

Ma il viaggio continua. Nella regione di Ischfan Ibn Battuta  notò con dispetto, da bravo fan di una scuola sunnita, che gli sciiti erano ancora numerosi  ma anche si rallegrò nel vedere i mongoli mecenati della cultura , delle arti e della religione, soprattutto interessati alle ricerche in campo geografico e storico (in questo periodo Raschid al Din scrisse la prima "storia universale" riguardante Islam, Cina, Bisanzio ed i recenti regni dell'Europa Occidentale). Sciiti a parte, Ibn Battuta riuscì ad amicarsi diversi importanti funzionari e a farsi ricevere dai  governanti ottenendo vantaggi e regali. Il suo talento di "farsi strada" in ogni ambiente era straordinario ed egli cominciava ad acquisirne consapevolezza. Non solo è legittimo ma doveroso riconoscere le proprie qualità,  senza dimenticare, naturalmente, quelle degli altri: l'autostima è una componente fondamentale di una personalità equilibrata. Come già detto, il nostro uomo non  nascondeva le proprie virtù, anzi...

Ritornò alla Mecca con un gruppo sufi guidato da un'anziana donna, discendente dei califfi, ma l'amicizia con essa durò poco in quanto morì nel deserto e ivi sepolta. Da parte sua contrasse una violenta dissenteria che costrinse la carovana a procedere a singhiozzo per via delle sue improvvise esigenze. La Mecca era il luogo ideale per riprendersi fisicamente e per concedersi un periodo di ritiro spirituale e di studio sufi. Aveva percorso in un anno dai 6000 ai 7000 chilometri e raccolto tante esperienze: ci voleva del tempo affinchè si sedimentassero nella memoria e  diventassero bagaglio per i viaggi successivi. Nella Rihla afferma di essersi fermato tre anni ma dalla ricostruzione degli avvenimenti risulta un solo anno.

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Era la volta dello Yemen. Il paesaggio da desertico e roccioso si faceva sempre più verdeggiante verso sud, oltre l'arida costa del mar rosso.  A Zabid, il nostro instancabile viaggiatore, fece visita alla tomba  dello shaik Ahmed Ibn al-Ujayl del quale si racconta questo aneddoto. Un gruppo di teologi intenti ad affermare la piena libertà e responsabilità dell'uomo, unico artefice del suo destino, furono pazientemente ascoltati  dal maestro, il quale, per evidenziare invece come gli esseri umani siano vittime di condizionamenti tali da annullare la loro volontà, indusse in loro uno stato ipnotico, intimandogli : <<se avete ragione voi alzatevi dal posto in cui siete! >>. Non solo non vi riuscirono ma dopo diverse ore stavano ancora lì,  lamentandosi dei raggi arroventati del sole, allora lo shaik uscì dalla tekke e li liberò prendendoli per mano. In questo modo presero consapevolezza che la libertà e la responsabilità umana è anch'essa circoscritta in limiti ambientali e psichici e solo Dio è grande (Allah Akbar) , Signore assoluto del destino coi suoi decreti.

Sotto scorta di un fratello sufi tra i sentieri di montagna, proseguì verso Aden da dove si sarebbe diretto per la costa africana visitando Zeila, Mogadiscio e Kilwa, situata ad ovest della punta settentrionale del Madagascar. La costa africana era in mano alle comunità musulmane,  loro dirigevano il traffico commerciale nei porti, loro pensavano all'amministrazione dei paesi. Nell'entroterra intanto aumentavano le conversioni grazie all'esempio dei sufi la cui organizzazione internazionale viaggiava di pari passo a quella commerciale. Da Kilwa, quando i venti furono propizi, salpò verso le coste del sud est della penisola arabica e precisamente a Zafar. Con un'altra imbarcazione proseguì verso il golfo di Oman facendo numerosi scali tra cui ad al-Hallaniya, un'isola dove su una collina viveva un periodo di ritiro un anziano sufi: ovviamente, il nostro protagonista, non mancò di andarlo a trovare. Il resto del viaggio fu per lui un tormento, in quanto vedeva i marinai e gli altri viaggiatori cibarsi di uccelli marini arrosto, però non sgozzati . A lui rimaneva qualche galletta rancida comprata a Zafar. Non li mangiava in quanto il Corano lo vieta: è una regola igienica importante in quanto l'animale, mentre viene ammazzato, prova un'angoscia istintiva tradotta, chimicamente, in un aumento di adrenalina ed altre sostanze tossiche nel sangue. Solo se l'animale viene sgozzato può perdere subito il sangue ( altrimenti si coagulerebbe all'interno dei tessuti) e rimanere puro (halal) dalle tossine. La pratica non è più dolorosa di altre messe in atto (con scossa elettrica, arma da fuoco, strozzamento ) a batteria nel moderno occidente. Gesto civile e pietoso di ogni buon musulmano, prima di sgozzare un animale per cibarsene (perfino per il taglio di un albero ), è quello di chiedere misericordia a Dio. Ogni animale ha la sua dignità e la sua sensibilità ( in particolare tutti i mammiferi possiedono lo stesso sistema limbico affettivo/emotivo del cervello umano) che non deve essere offesa, se non per necessità alimentare: da qui l'invocazione al misericordioso. Gli esseri viventi, tutti a modo loro, "sentono", non sono cose o materiali inerti, per cui, senza arrivare agli eccessi devianti di chi non uccide neppure un insetto, vanno rispettati. Ma non sono queste riflessioni ad aver motivato Ibn Battuta ma l'aspetto più superficiale-normativo. Il dovere prima di tutto, è così perchè è così...ma perchè è così?

Ibn Battuta disgustato da questo fare barbaro, finì per proseguire a piedi assoldando come guida uno dei marinai, ma fu una pessima scelta in quanto, il marinaio, cercò di ammazzarlo per rubargli i vestiti. In certi casi, se non si sà e si può agire altrimenti, meglio ingoiare il rospo e aspettare la fine degli eventi. Arrivato a Qalhat dopo aver superato continui strapiombi, coi piedi così gonfi da sanguinare sotto le unghie, si concesse una settimana per riprendersi. All'interno della Persia meridionale cercò di andare a far visita ad uno shaik di cui poco e nulla sappiamo. Nell'inverno ritornò  alla Mecca.

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