Gesù nell'Îslâm

di Gabriele Mandel Khân

(Torino-  Novembre 2003)

Anzitutto: il Corano indica quale deve essere l’atteggiamento del musulmano nei confronti delle altre religioni rivelate: (2ª 62) Sì, i musulmani, gli ebrei, i Cristiani, i Sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore. Su di loro nessun timore, e non verranno afflitti.

(2ª136) Dì: noi crediamo in Dio, in quel che ci ha rivelato, e in quello che ha rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, alle Tribù, in quel che è stato dato a Mosè e a Gesù, e in quel che è stato dato ai profeti dal loro Signore: noi non facciamo differenza alcuna con nessuno di loro. E a Lui noi siamo sottomessi. (5ª 68-69) Dì: Genti del Libro, sarete sul nulla fintanto che non seguirete la Thora, il Vangelo e ciò che vi è stato rivelato dal vostro Signore [...]. Sì, i musulmani, gli Ebrei, i Sabei, i Cristiani - chiunque crede in Dio e nel Giorno ultimo e compie opera buona -nessun timore per loro e non verranno afflitti.

(4ª163-165) Sì, noi ti abbiamo fatto rivelazione, come Noi abbiamo fatto rivelazione a Noè e ai profeti dopo di lui. E noi abbiamo fatto rivelazione ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, e alle Tribù, a Gesù, a Giobbe, a Giona, ad Aronne, a Salomone, e abbiamo dato il Salterio a Davide. Per comunicare con Mosè Dio ha parlato. E vi sono dei messaggeri di cui ti abbiamo narrato in precedenza, e messaggeri di cui non ti abbiamo narrato, messaggeri annunciatori e messaggeri avvertitori, affinché dopo i messaggeri non ci fossero più per le genti argomenti contro Dio. E Dio è Potente e Saggio

Ma sentiamo ora quel che il Corano dice specificatamente di Gesù. Lo cita in 93 Versetti distribuiti in quindici Sûre. (La Sûra è una delle 114 parti in cui si divide il Testo Sacro, e molto impropriamente è detta a volte, in Occidente, "capitolo"). La 19ª, di diciannove versetti, si intitola Maria. E la storia di Maria vergine, madre di Gesù. Dopo aver raccontato di Zaccaria e di Giovanni Battista, Dio, per mezzo di Gabriele, dice al Profeta Maometto (vv 16 e ss): [da Il Corano senza segreti, pagine 159-162].

Veniamo ora al Profeta Maometto. Nel libro dei suoi Detti raccolti dal turco Bukhârî (IX secolo) troviamo la parabola in cui Dio dice: "ero ammalato e non mi hai curato; ero affamato e non mi hai nutrito…", eccetera. Nel commento che ne fece Bayazîd Bistâmî (IX secolo) è posta in evidenza la correlazione della parabola con quella riferita da Matteo (25°31-40).

Descrivendo un suo sogno mistico, in cui percorreva le vie del cielo, il Profeta disse: "Al secondo cielo… fui condotto davanti a Gesù e a Giovanni, che mi dissero: "Sii benvenuto, come fratello e come profeta"".

Infine, al detto del Profeta: "La scienza è luce abbagliante e chiarezza che Dio fa sgorgare dal cuore dei Suoi Amici", Hâydar Amûlî, teologo scicita del XIV secolo, annota: "Questo viene da Gesù, che ha detto: "Non dite che la scienza è in cielo: chi mai è salito lassù e l'ha riportata? Non dite che è nelle viscere profonde della terra: chi vi è disceso e l'ha riportata? Non dite che è di là dai mari: chi li ha attraversati e l'ha riportata? La scienza è nei vostri cuori. Istruitevi dinanzi a Dio con l'istruzione degli uomini spirituali; formatevi interiormente grazie ai valori morali degli uomini veritieri; la scienza si manifesterà uscendo dai vostri cuori sino ad avvolgervi e a sommergervi". Ecco ciò che ha detto Gesù" (p 513, § 1052).

Nella raccolta dei Detti compilata da âlNawawî (XIII secolo) il Profeta definisce Gesù: "Verbo di Dio e Suo spirito" (1°203); e: "servo di Dio e Suo inviato, Suo Verbo che Egli ha posto nel seno di Maria, e Spirito proveniente da Lui" (1°419); e dice ch’egli parlò nella culla (1°261). Sempre nalla raccolta di âlNawawî leggiamo che il Profeta Maometto considerava recitati da Gesù i Versetti coranici (5ª116-118): E quando Dio disse: "Gesù figlio di Maria, sei tu che hai detto alle genti "Prendete me e mia madre per due divinità oltre a Dio"?" Egli dirà: "Gloria e purezza a Te. Non posso dichiarare ciò cui non ho diritto. Se l’avessi detto, Tu l’avresti saputo, certo. Tu sai ciò che è in me e io non so ciò che c’è in Te. Tu sei certo il grande conoscitore dell'invisibile. Ho detto loro ciò che Tu mi avevi ordinato: "Adorate Dio, Signore mio e Signore vostro". E fui testimone contro di essi per il tempo in cui fui tra loro. Poi, quando mi hai richiamato, sei stato Tu ad essere il loro osservatore. Tu sei il testimone di tutto. Certo, se Tu li castighi, sono i Tuoi servi. Se li perdoni, sei Tu il Potente [âlcazîzu], il Saggio [âlHakîmu]."

Infine il Profeta Maometto (âlNawawî, 19°1) disse: "[Alla venuta dell’anticristo] Dio altissimo manderà il Messia, figlio di Maria […], che inseguirà l’anticristo, lo raggiungerà alla porta di Lud [a Damasco] e lo ucciderà". Infatti per l’esegesi musulmana il Giudizio finale sarà annunciato dalla venuta dell’anticristo e della Bestia sulla terra e dal ritorno di Gesù che li ucciderà, sedendosi poi sul trono per giudicare i vivi e i morti in nome di Dio.

Vi è poi un ambito letterario tipicamente musulmano, in cui la figura di Gesù appare sovente. Parlo dei Libri di âdâb: antologie di nozioni e di cultura per quanti, nelle alte epoche dell'Îslâm, desideravano approfondire conoscenze scientifiche, dottrinali ed etiche (âl-âdâb - plurale di âl-âdab -: i buoni costumi, la letteratura, dal radicale Â-D-B che dà il verbo di prima forma aduba: essere istruito).

Il più notevole di questi testi è forse quello scritto da Abû cUthmân cAmr Jâhidh (776-868), celebre teologo muctazalita di Basra, che possiamo considerare un anticipatore della Psicologia moderna. Nel suo Libro della esposizione e de(Kitâb âlBayân wa âlTabîn) cita numerosi "detti" attribuiti a Gesù, e tra questi: "Non parlate della saggezza davanti agli ignoranti perché le fareste torto; non proibitela a quelli che ne sono degni perché fareste torto a loro; non ricompensate l'uomo ingiusto, perché il vostro merito sarebbe vano. O figli di Israele: tre cose vanno prese in considerazione: seguire la via chiaramente diritta; evitare la via chiaramente falsa; rimettersi a Dio per ciò che riguarda pareri divergenti". Nel libro si trovano anche alcune parabole, tra cui questa:

"Gesù disse: Maledizione a voi, servi e schiavi di questo mondo. Quanto differisce dai vostri princìpi la condotta che tenete ogni giorno! Come differiscono dall'intelligenza vostra le vostre passioni. Le vostre parole possono anche essere un rimedio che guarisce una malattia, ma le vostre azioni sono una malattia che non ha rimedio alcuno. Voi non siete una vigna dal bel fogliame, dai buoni grappoli facili da cogliere; siete una pianta spinosa, con poche foglie ma con tante spine, difficile da afferrare. Maledetti voi, schiavi del mondo! Avete posto i valori divini sotto i vostri piedi, cosicché chiunque voglia può del pari calpestarli; ma avete innalzato i valori di questo mondo al di sopra delle vostre teste, cosicché gli uomini li ambiscono di continuo ma non li possono raggiungere. Non siete servi che temono Dio, non siete nemmeno uomini liberi e generosamente nobili. Maledizione a voi, servi malvagi! Prendete il salario, ma rovinate il lavoro. Un giorno incontrerete ciò che cercate di evitare. Il padrone verrà per esaminare il lavoro che vi ha affidato, e che voi gli avete rovinato. Penserà al salario che vi ha dato. Maledizione a voi, cattivi debitori! Voi fate un regalo prima di pagare i debiti; fate volentieri opere surrogatorie, ma non fate quelle che vi sono state ordinate. In verità, il Creditore non accetterà i vostri doni finché non gli darete ciò che Gli è dovuto".

Sono qui evidenti riferimenti sia al Corano, sia ai Vangeli. Nel Corano si legge (13ª26-27): Maledizione a quanti rompono il patto di Dio dopo averlo concluso, e disgiungono ciò che Dio ha ordinato di unire, e commettono disordine sulla terra. A loro il male. A chi Egli vuole Dio aumenta i Suoi favori; oppure li misura. La vita terrena è fatta forse per esultare? Nell'aldilà la vita terrena apparirà godimento temporaneo). Nel Vangelo di Matteo si legge (23°4-27): i Farisei "legano pesi opprimenti, difficili a portarsi, e li impongono sulle spalle degli uomini, ma essi non li vogliono rimuovere neppure con un dito [...]. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, poiché pagate la decima sulla menta, sull'aneto e sul cumino e poi trascurate i precetti più gravi della legge, come la giustizia, la pietà, la fede [...]. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, poiché siete come sepolcri imbiancati che all'esterno appaiono belli a vedersi, dentro invece sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine".

Evangelico dunque lo spirito di quanto, nel Libro di Jâhidh, è attribuito a Gesù. Eccone un esempio, per altro assolutamente non contenuto né nei quattro Vangeli canonici, né nella quarantina di Vangeli apocrifi: "Gesù ha detto: "Nelle ricchezze ci sono tre pericoli, o due di questi, o uno solo". Gli chiesero: "E quali sono, Spirito di Dio?". Egli rispose: "Possono venir acquisite senza che se ne abbia diritto. Chi si comporta così, verrà raccolto come si raccoglie la zizzania e la si getta sul fuoco". Gli fu detto: "E se vengono acquisite a buon diritto?". Gesù disse: "C'è il pericolo che vengano acquisite a buon diritto, ma se ne faccia un cattivo uso". Gli fu detto: "E se vengono acquisite a buon diritto e se ne fa buon uso?". Gesù disse: "C'è il pericolo che, pur se acquisite a buon diritto e usate bene, la preoccupazione di conservarle senza perdere nulla allontani dall'adorazione sincera di Dio"".

Un altro famoso libro di Detti è Il collare prezioso (âlcIqd âlFarîd) di Îbn cAbd âlRabbîhi (Córdoba, 860-940), in parte derivato dal Libro di Jahidh.

Analoga al passo sopraccitato è questa parabola: "Gesù disse: "Alla fine dei tempi ci saranno in questo mondo dei sapienti che predicheranno l'ascesi senza tuttavia praticarla; susciteranno il desiderio della vita ultima, tuttavia non la vorranno per se stessi; proibiranno l'amicizia con uomini potenti, ma essi ne saranno amici intimi; si avvicineranno ai ricchi e si allontaneranno dai poveri. Le loro mani si apriranno per donare ai potenti, ma rimarranno chiuse davanti ai poveri. Ecco i fratelli di Satana e i nemici del Misericordioso"".

E veniamo ora alla figura di Gesù in alcuni testi dei maestri sufi. I Sufi hanno di Gesù un ben preciso concetto, evidenziato nelle numerose parabole che indiamantano i libri dei loro grandi Maestri. Scrive Javad Nurbakhsh, shaykh âlShuiukh dell'Ordine iraniano dei Nimatallahy (Nematollahi): "Gesù, come Profeta di Dio, ha manifestato le qualità umane di sincerità, purezza, amore e carità. Nonostante il fatto che il Profeta Maometto si sia sempre riferito a lui come a un fratello, e che il Corano faccia ripetute menzioni di lui con le massime lodi, certi esponenti musulmani e cristiani, per ragioni politiche o per puro pregiudizio, hanno da sempre cercato di trascurare questo impegno di fratellanza e l'hanno di conseguenza dimenticato.

"Soltanto i Sufi, grazie alla loro assenza di pregiudizi e alla loro purezza interiore, sono riusciti ad evitare l'influsso che fanatici ed estremisti hanno tentato di imporre. I Sufi hanno cercato di tener vivo il ricordo di Gesù, come egli fu veramente, vivo nelle loro menti e nelle menti di altri, e di conservarlo nei loro cuori.

"Nella letteratura Sufi, Gesù è modello di virtù, un essere perfetto, esempio per eccellenza di un Maestro vero. In effetti, lungo il corso dei secoli, gli scrittori sufi, nella loro "essenza di musulmani", hanno lodato sempre Gesù, lo hanno presentato come modello sublime d'un Sufi perfetto, mossi dalla sincerità più pura e dall'amore".

Per i Sufi, l'arco di discesa, dal macrocosmo al microcosmo, o "dal Creatore alla creatura", dal divino all'anima, si divide in sette gradi. Il sesto grado (l'ispirazione) è l'accoglimento in sé dell'ispirazione, ed è simbolizzato da Gesù, perché fu Gesù che annunciò il Nome.

Ecco quindi Gesù collocato, per i Sufi, ad un punto cruciale, importantissimo, dell'evoluzione mistica, vera pietra angolare dell'edificio spirituale.

Veniamo adesso alle parabole dei Sufi. Perno tra il Sufismo e l'ortodossia dei teologi fu Abû Hâmid âlGhazâlî, un turco iraniano nato a Tûs nel 1058 e morto nella stessa città nel 1111 dopo una intensa vita di studioso, di filosofo e di mistico. Dal 1091 diresse la famosa Università Nizâmiyya di Baghdâd, e scrisse allora importanti trattati di Giurisprudenza. Ritiratosi poi a Tus, in una tekké sufi che per molti anni diresse, compilò opere che ebbero un considerevole influsso sullo sviluppo del pensiero non solo musulmano, ma anche dell'Europa cattolica del Medioevo, ove fu conosciuto col nome di Algazel.

Nella quarta parte del suo La vivificazione delle scienze religiose (Ihyâ' culûm âlDîn), laddove parla del Sufismo abbiamo molti accenni a Gesù. Eccone un esempio:

"Vi era, tra i figli d'Israele, un bandito che da quarant'anni assaltava i viandanti. Avvenne che Gesù, seguito da un pio ebreo appartenente al gruppo degli apostoli, passasse vicino a lui. Il ladro pensò: "Ecco un profeta di Dio che passa accompagnato da uno dei suoi apostoli. Potrei andare, terzo, con loro". Pensò proprio questo; poi si fece avanti e cercò di porsi accanto all'apostolo; ma questi non lo stimava. Allora il ladro, considerandosi spregevole nei confronti del profeta, pensò: "Un uomo come me non deve camminare al fianco di un uomo così pio". Pensò proprio questo. Anche l'apostolo si accorse del ladro, e disse: "Come! un uomo simile cammina al mio fianco?", e allungò il passo per porsi accanto a Gesù. Il ladro rimase indietro. Dio rivelò a Gesù: "Di' loro di ricominciare dal principio la loro vita, poiché ho cancellato loro tutte le azioni passate. All'apostolo ho cancellato il bene fatto a causa della sua presunzione; al ladro ho cancellato il male fatto, poiché ha provato sincera vergogna di se stesso". Gesù li informò della rivelazione ricevuta. Il ladro andò con Gesù nei suoi pellegrinaggi, e Gesù ne fece uno dei suoi apostoli".

Il passo riecheggia evidentemente le ultime parole di Gesù, quando sulla croce parlò al buon ladrone (Luca, 23°39-43); il momento in cui mangiò con i peccatori (Marco, 2°15); e la chiamata di Matteo (Matteo, 9°9)..

Ancora in âlGhazâlî leggiamo: "Si racconta che Gesù passò accanto a un uomo cieco paralizzato dal lato destro, e dal lato sinistro colpito dalla lebbra che l'aveva privato delle labbra e faceva cadere a brandelli le sue carni. Quest'uomo diceva: "Sia lode a Dio (âlHamdu liLlâhi), poiché mi ha preservato dalla prova con cui saggia molte genti". Gesù gli chiese: "Quale è questa prova che è stata allontanata da te?". L'uomo disse: "O Spirito di Dio, io sono in uno stato migliore di coloro cui Dio non ha messo nel cuore la fede, che Egli ha invece posto nel mio cuore". Gesù gli disse: "Hai detto il vero; dammi la mano". L'uomo glie la diede, ed ecco che divenne bellissimo nel volto e nell'aspetto. Dio aveva fatto sparire le malattie che c'erano in lui. Egli si legò a Gesù, e lo seguì".

Ed ancora in Ghazâlî: "Gesù disse: "I cattivi teologi sono simili a una pietra caduta davanti a una sorgente d'acqua: essa non assorbe acqua, ma neppure lascia che l'acqua giunga alle coltivazioni. Cattivi teologi sono i dottrinari di questo mondo; essi si sono posti sulla Via che conduce alla vita ultima, e tuttavia né avanzano né lasciano avanzare gli uomini verso Dio. I cattivi teologi sono come un pozzo di liquame, mefitico all'interno, ma con una copertura ben verniciata; sono come sepolcri imbiancati, dipinti all'esterno ma pieni d'ossa di morti all'interno". Dissero a Gesù: "Quali sono gli uomini che suscitano i biasimi maggiori?". Egli disse: "Sono gli uomini saggi che cedono: quando un saggio cede, il suo peccato fa cedere un altro saggio"".

Sembra appunto di leggere Matteo (23°13): "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; infatti voi non vi entrate e trattenete coloro che vorrebbero entrarci".

* * *

Oltre a parabole complete, nei testi di âlGhazâlî abbondano anche riferimenti più semplici a Gesù, cui vengono attribuiti paralogie e detti sapienziali. Citerò a mò di esempio questi soli: "Gesù disse: "Chi trasmette un sapere eccelso e non mette in atto la saggezza in esso contenuta, è come un'adultera clandestina, la cui vergogna vien tradita da un ventre gravido"". "Gesù disse: "Colui che ricerca il mondo terreno è simile a colui che beve dal mare: più beve e più è assetato, sinché alla fine ne muore"". "Gesù disse: "Come mai venite da me con abiti da asceta ma con cuore da lupi? Indossate pure abiti regali, ma nutrite il vostro cuore con il timor di Dio e la sottomissione a Lui"". Molti di questi passi vennero ripresi spesso da altri scrittori sufi.

A sua volta âlGhazâlî trasse indubbiamente alcuni di questi "detti" di Gesù dalla lettura del Nutrimento dei cuori (Qût âlQulûb), scritto dall'eminente teologo Abû Tâlib âlMakkî (morto a Baghdâd nel 996). Da questo testo traggo anch’io una manciata di parabole.

"Disse Gesù: "Il mondo terreno è un ponte creato per servir da passaggio verso la vita ultima. Dunque pensate ad attraversarlo, e non abbellitelo nell'intento di rimanervi" Un uomo gli disse: "Conducimi con te nelle tue peregrinazioni". Gesù rispose: "Liberati di tutti i tuoi beni e seguimi". L'uomo disse: "Non posso". Allora Gesù disse: "Difficilmente un ricco entrerà in Paradiso"".

Sono evidenti i richiami evangelici. In Matteo, 19°20-23, leggiamo che Gesù disse a un giovane: "Se vuoi essere perfetto va', vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo: poi vieni e seguimi". All'udir ciò il giovane se ne andò afflitto, poiché aveva molte ricchezze. Gesù disse ai suoi discepoli: "In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli"".

Il secondo teologio musulmano in ordine di grandezza fu Muhyî âlDîn âlcArabî (1165-1240). Nella Saggezza dei Profeti (Fusûs âlHikam) egli scrisse:

"Quando lo "Spirito fedele" che è Gabriele, apparve a Maria "con l'aspetto di un uomo armonioso" ella immaginò che fosse un uomo che cercava di conoscerla carnalmente e, sapendo che ciò non era permesso, ella "cercò rifugio in Dio contro di lui" (Corano 19ª17,18) con tutto il proprio essere e perciò fu invasa da uno stato perfetto di Presenza divina, stato che si identificava con lo spirito intellettivo. Se Gabriele le avesse trasmesso il suo alito in quel momento, finché ella si trovava in quello stato, Gesù sarebbe nato tale che nessuno avrebbe potuto rimanere con lui a causa del suo carattere potente conforme allo stato di sua madre nel momento del concepimento. Ma appena Gabriele disse a Maria: "In verità io sono l'inviato del tuo Signore e sono venuto per darti un figlio puro" (Corano 19ª, 19-21), ella si rilassò dallo stato di contrazione e il suo petto si allargò; fu allora che Gabriel le insufflò Gesù. Gabriele - la pace su di lui - era dunque il veicolo della Parola divina trasmessa a Maria (nello stesso modo in cui un profeta trasmette le parole di Dio al suo popolo) secondo il Versetto coranico: "(Gesù era) la Sua parola che Egli proiettò su Maria e Suo spirito" (Corano, 4ª170).

"[...] Gesù risuscitò i morti poiché vi era in lui lo Spirito divino - Dio solo dà la vita; mentre il soffio era di Gesù; così come il soffio insufflato su Maria era di Gabriele, mentre il Verbo veniva da Dio. Per questo motivo la resuscitazione dei morti è veramente un'azione compiuta da Gesù poiché emanava dal suo soffio, così come lui stesso emanava dalla forma di sua madre; ma di fatto solo in apparenza la resuscitazione fu operata da lui, giacché è un atto essenzialmente divino [...]. Lo stesso è per la guarigione del cieco nato e del lebbroso e per ogni altra azione miracolosa compiuta da Gesù, da un lato, e al permesso di Dio dall'altro, secondo le parole "col permesso di Dio" che il Corano sovente dice (Corano, 5ª110).

In una pagina del Nutrimento dei cuori di Âbû Tâlib âlMakkî leggiamo: "Si narra che Gesù passò accanto a un gruppo di pii adoratori consunti dall'adorazione continua. Si sarebbe potuto dire che erano come otri molto usati. Gesù disse loro: "Chi siete?". Essi gli dissero: "Siamo adoratori devoti". Gesù disse: "Perché siete in adorazione?". Dissero: "Dio ci fa paura con l'Inferno; e così Lo temiamo". Gesù disse loro: "E' giusto che troviate in Dio una sicurezza contro ciò che temete". Andò oltre, e passò accanto a uomini che stavano adorando ancor più intensamente. Disse loro: "Perché siete in adorazione?". Essi dissero: "Dio ha preparato il Paradiso per i Suoi amici; ecco ciò che desideriamo ardentemente". Gesù disse: "E' giusto che desideriate la ricompensa di Dio". Andò oltre, e passò accanto ad altri uomini che stavano adorando Dio. Chiese loro: "Chi siete?". Essi gli dissero: "Siamo innamorati di Dio; non Lo adoriamo né per la paura dell'inferno né per il desiderio del Paradiso; ma esaltiamo la Sua grandezza perché Lo amiamo". Allora Gesù disse loro: "Voi siete davvero gli amici di Dio; ho avuto l'ordine di rimanere con voi". Ed egli rimase in mezzo a loro".

Anche nel Libro divino (Elahi-Nâmeh) del grande maestro sufi Farîd âlDîn Âttâr (1140c.-1230) troviamo novelle relative a Gesù. Eccone alcune:

 

"Gesù e questo basso mondo. Gesù il puro, che viveva nell'aldilà, desiderò visitare ancora il mondo terreno. Un giorno, mentre camminava avvolto da un alone di luce, scorse da lontano una vecchia, coi capelli bianchi e la schiena curva. Sdentata, gli occhi lividi, il viso nero come la pece; tutta la sua persona emanava impurità. Aveva un abito di cento colori, il suo cuore era pieno di odio, la sua testa era piena di pensieri malvagi. Una delle sue mani era tatuata in cento colori; l'altra era intrisa di sangue. Ogni suo capello finiva a becco d'aquila, ed il suo volto era coperto da un velo. Scorgendola, Gesù le disse: "O vecchia tanto brutta e falsa, chi sei?". Essa disse: "Tu che sei la rettitudine stessa, sappi che io sono comunque l'oggetto del tuo desiderio". Gesù riprese: "Rappresenti dunque il vile mondo terreno?". "Sì, sono ciò che tu dici, ma tu invece, chi sei?".

"Gesù non rispose alla domanda, e chiese ancora: "Perché sei velata? Perché sei velata e porti questo abito multicolore?". Essa rispose: "Sono velata affinché nessuno possa guardarmi in volto, poiché, se si vedesse la bruttezza del mio volto nessuno più si siederebbe nemmeno un istante accanto a me. E mi son fatta questo abito multicolore, perché mi serva da trappola per tutti quegli uomini che, guardandolo, inevitabilmente s'innamorano di me". Gesù continuò: "Dunque sei una sentina di bassezze! E perché la tua mano gronda sangue?". Essa rispose: "Maestro impareggiabile: perché ho ucciso tutti i miei mariti". Gesù riprese: "O vecchia folle, perché l'altra tua mano è tatuata?". Essa rispose: "Il mio compito è quello di ingannare i miei mariti, mi occorrono dunque i tatuaggi come ornamento". Gesù chiese: "Ma uccidendo tanti uomini, non hai mai avuto un po' di pietà per loro?" Essa rispose: "Che me ne faccio della pietà? So soltanto una cosa: che mi occorre versare il sangue di tutti".

"Gesù chiese ancora: "Disgraziata, non provi mai un po' di tenerezza per gli uomini che inganni?" Essa rispose: "Ho sentito, sì, parlare di tenerezza, ma non ne ho mai avuta per nessuno. Io giro incessantemente attorno alla gente cercando di circuirla, sapendo che molti uomini cadranno nella mia trappola. Li soggiogo tutti, ed essi camminano soltanto sulla via che io addito loro". Meravigliato per ciò che la vecchia affermava, Gesù ribatté: "Una tale compagna mi ripugnerebbe. Considera quei pazzi, quegli ignoranti che corrono dietro a una vecchia vagabonda, fidandosi ciecamente di questa prostituta. Non pensano neppure a cercare il tesoro della rassegnazione. Ahimè, la gente non coglie la verità di queste parole; hanno perso la fede senza aver tratto vantaggio alcuno da questo mondo terreno".

"Pronunciate queste parole, l'uomo puro e senza peccato distolse il viso da questo mondo funesto, da questo mondo falso che somiglia ad una carogna. E tu che mi leggi, interessandotene, null'altro fai che interessarti di una carogna. Se ti occupi dei cani e delle carogne sei cento volte peggio degli uni e delle altre. Se il cane non si sazia della carogna, tu non ti sazi mai d'essere un cane, il cane che è la tua anima concupiscente. Se l'incateni sarai salvo, altrimenti ti tormenterà notte e giorno" (Canto quinto, 3).

Farîd âlDîn Âttar si avvale di una paraboletta anche per indicare che è meglio credere fermamente in una qualsiasi religione, piuttosto che passare da una ad un'altra solo per opportunismo: "Il cristiano che si fece musulmano. Un cristiano divenne musulmano pieno di gioia; ma l'indomani, nella sua ignoranza, si mise a bere vino. Sua madre, afflitta nel vederlo ubbriaco, gli disse: "Che hai fatto, figlio mio? Col tuo atto hai offeso Gesù, senza aver soddisfatto Maometto! Su questa strada non possono camminare gli ermafroditi, questo compito non è per gli efebi. Cammina da uomo deciso nella fede alla quale appartieni, qualsiasi essa sia, poiché non è uomo chi adora antichi idoli e al contempo si proclama monoteista"".

Un altro grande maestro sufi, Shihâb âlDîn Yahyâ Suhrawardî (1155-1191) vide nelle parabole valori particolari. Nel secondo dei suoi Trattati (Il Libro dei Templi della Luce; Kitâb Hayâkyl âlNûr) egli afferma: "Per colui che scruta le cose nascoste è di grande importanza professare fermamente la verità del messaggio dei profeti, e saper che le parabole dei profeti si riferiscono alle verità gnostiche, come è detto nel Corano (29ª49) e nel Vangelo di Matteo (13°13 e 35). Così dunque la rivelazione letterale è affidata ai profeti, mentre l'ermeneutica spirituale e l'interpretazione esplicativa sono affidate alla Suprema Epifania, quella del Paracleto, tutto Luce e tutto Spirito, come ha annunciato Gesù, quando disse: "Io vado dal Padre mio e vostro, affinché vi mandi il Paracleto, che vi rivelerà il senso spirituale". E disse ancora: "Il Paracleto che il Padre invierà in mio nome vi insegnerà tutte le cose". " (Volume 2°, 3).

Anche il celeberrimo poeta Sa'adî di Shirâz (±1184-±1290) - allievo di Shihâb âlDîn Yahya Suhrawardî e di Kubra Naqshbandî - nel suo poema epico Bustân parla più volte di Gesù, in parabole.

Eccone un passo: "Ho visto il Santo errante, Gesù, vagare per una landa deserta. Lì, in mezzo alle colline brulle incontrò un monaco asceta. L'asceta, spinto dall’amore, scese dal suo rifugio anacoretico per coprire di baci i piedi del Messia, prosternandosi con la fronte nella polvere. Dai confini del deserto, anche un peccatore preda di un destino avverso accorse alla luce di Cristo, così come un amore intenso conduce la farfalla notturna ai piedi di una fiamma. Mortificandosi, biasimandosi, implorò perdono per le sue notti di oblio. Pentito, vergognoso al pari di un supplicante ai piedi di un principe. Nuvole cariche di umido dolore piansero dai cieli dei suoi occhi: "Ohimé, ho sperperato la mia vita; ed i beni preziosi che ho accumulato se ne sono volati via col vento. E' meglio che non esista un altro essere simile a me; a me, cui la morte sarebbe meglio della vita. Morire bambino è la cosa migliore: chi muore bambino non deve piangere la sua vecchiaia inutile". Le lacrime scorrevano abbondanti sul suo volto; a testa bassa, la fronte china dalla vergogna, pareva che dicesse, rivolgendosi a Dio: "O padre del Mondo, o Creatore, assolvimi dai miei peccati, prima che essi mi flagellino, simili a compagni dei Demoni".

"E tu, non impari dunque da quel monaco? Hai bisogno di questa parabola per capire? O tu, la cui devozione fa acqua da tutte le parti poiché non è calafatata col bitume dell'umiltà e la pece della contrizione, impara a memoria una massima, una sola: il peccatore dall'anima mortificata, che pensa a Dio, è migliore di qualsiasi asceta ipocrita che ostenta una pietà non sentita".

E veniamo ora al più grande poeta sufi, il Dante Alighieri della gente turca, il massimo poeta mistico di tutta l’umanità: Jalâl âlDîn Rûmî (1207-1273), fondatore della Confraternita dei Mevlevi, detti "i dervisci giranti". Fra i molti accenni a Gesù nel suo Mathnavî, egli racconta:

"Un uomo stupido si accompagnò a Gesù. Scorse delle ossa in un fossato profondo. Disse: "O compagno mio, insegnami il Nome Sublime con il quale fai rivivere i morti; insegnamelo affinché io possa fare del bene e grazie ad esso dare vita a quelle ossa". Gesù disse: "Taci, poiché non è affar tuo: ciò non si addice al tuo respiro e alla tua parola, poiché per far questo occorre un alito più puro della pioggia e un'azione più convincente di quella degli angeli. Sono necessarie molte vite perché il respiro sia purificato, tanto che al suo possessore venga confidato il tesoro dei cieli. Se tu avessi tenuto stretto nella tua mano questo bastone, da dove verrebbe alla tua mano la capacità di Mosé?". L'altro disse: "Non spetta a me pronunciare questi misteri. Pronuncia tu il Nome su quelle ossa": Gesù gridò: "O Signore, quali sono i Tuoi disegni nascosti? Perché questo sciocco desidera dedicarsi a questa opera inutile? Come mai quest’uomo inadeguato non si preoccupa di se stesso? Come mai questo cadavere ambulante non si preoccupa della Vita? Non si preoccupa della propria anima morta e cerca di far rivivere le ossa morte di un estraneo". Dio disse: "Il recidivo cerca la ricaduta; il cardo cresciuto in lui è il risultato di ciò che ha seminato. Egli ha seminato nel mondo semi di cardo; non andarli a cercare nel suo roseto". Se il recidivo prende in mano una rosa, essa diventa un cardo, e se va da un amico, questo diventa una serpe. Il miserabile, dannato, è una pozione che trasmuta in veleno e in serpi; è il contrario dell'elisir dell'uomo che teme Dio. Gesù pronunciò il Nome di Dio sulle ossa, come lo sciocco aveva chiesto. A causa di quello sciocco, il decreto di Dio diede vita alla forma che le ossa avevano avuto. Balzò fuori un leone bruno, che diede allo sciocco una zampata, distruggendone l'immagine corporea. Gli spaccò il cranio, il cervello si sparse per terra, l’avresti detto il gheriglio di una noce, dato che quell’uomo non aveva cervello. Se avesse avuto cervello, l'essere fatto a pezzi avrebbe causato danno soltanto al suo corpo.

"Gesù disse al leone: "Perché l'hai straziato così subitamente?" Il leone disse: "Perché ti importunava". Gesù chiese: "Perché non bevi il sangue di quell'uomo?" Il leone rispose: "Ho fatto quanto era stato decretato, ed era stato decretato che io non ne bevessi il sangue". Quanti, come il leone ruggente, hanno lasciato questo mondo senza aver divorato la loro preda: la loro porzione è ancor meno d'un fuscello, mentre la loro ingordigia è grande quanto una montagna; non hanno modo di soddisfare i propri desideri pur avendone i mezzi. O Tu che ci hai reso facile fare un lavoro non ricompensato e sterile in questo mondo, liberaci! A noi questo sembra un'esca, e in realtà è invece un amo: mostracelo nella sua realtà. Il leone continuò: "O Messia! Che io uccidessi questa preda era semplicemente al fine che questo avvertimento venisse recepito. Se in questo mondo ci fosse stata ancora una porzione di cibo che mi spettasse, che cosa avrei avuto a che fare con i morti?" E' questo il castigo che merita chi trova dell'acqua pura e, come un asino, urina sprezzantemente nel ruscello. Se l'asino conoscesse il valore del ruscello, invece del piede vi metterebbe la testa" (Libro secondo, vv 141-155 e 457-471).

A questo punto si potrebbero formulare alcune considerazioni su alcune frange marginali dell’Îslâm, che vivono la figura di Gesù in modo più intenso. Si tratta di comunità religiose para-sufiche, che si accostano in parte a quel 40% di sufi che accettano o non escludono la reincarnazione. Infatti gli Ahl âlHaqq, i Nuseiriiti e gli Ahmaditi, proprio per questa loro convinzione praticano in parte un culto in cui Gesù viene considerato l’incarnazione dello Spirito Santo, o l’incarnazione del dio Krsna.

La setta sincretista degli Âhl âlHaqq ("Quelli del "Veritiero"" - uno dei Nomi di Dio - ) venne fondata da Sultân Suhâk nel IX° secolo. Oggi ha diffusione ancora presso i Kurdi e in Irân, e si pone ai margini dell’esoterismo islamico di tipo scicita. I suoi adepti venerano, tra l’altro, il gallo, quale portatore di Verità, in memoria del gallo che fece capire a Pietro Apostolo d’aver negato tre volte Gesù.

La Nusayriyya è una comunità siriana fondata nel IX° secolo da Îbn Nusayr sui monti Ansariyya (da cui anche l’appellativo di Ansaryti). Setta scicita estremista e criptica a carattere sincretistico, venera Gesù considerandolo la guida segreta che incarnò il Verbo di Dio prima di cAlî. Durante il mandato francese (1920-1941) venne anche chiamata cAlawiyya, "la comunità dei seguaci di cAlî".

La Ahmadiyya venne fondata in India sul finire del XIX° secolo, da Mîrzâ Ghulâm Ahmad (1839-\908), secondo il quale il dio Krsna s’era incarnato in Gesù, Gesù in Maometto, e Maometto in lui, Mîrzâ Ghulâm Ahmad. Secondo lui Gesù non era morto sulla croce ma, curato dal medico Giuseppe d’Arimatea, era poi partito per salvare le "pecorelle smarrite", cioè le dieci tribù d’Israele che erano trasmigrate ad Est, sino in India. Gesù era poi morto a Srinagar, dove appunto sussiste una tomba d’epoca, che reca la scritta: "Tomba di Gesù, un profeta stanco e povero". La Ahmadiyya, che predice inoltre la venuta dell’Anticristo (Dajjal), è oggi divisa in due grandi gruppi: uno la cui Casa madre è a Qadyan ed uno la cui Casa madre è a Lahore, ed ha larga diffusione anche in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America perché, a differenza dell’Îslâm puro, ha i suoi missionari.

E concludo con un’altra poesia di Rûmî, tratta dal Dìvàn-e Shams-e Tabrìzì (96). E’ simbolica, come tutto dei Sufi, per cui non va intesa alla lettera, ma interpretata.

Non sporcare le tue labbra con ogni bacio, con ogni ghiottoneria,

se vuoi che inebriate possano gustare la soavità delle labbra del Beneamato.

Affinché le tue labbra non sentano l'odore delle labbra di un altro,

affinché l'amore divenga distaccato, limpido e unico,

sappi che tutto, tranne la luce eterna, è soltanto sudiciume.

Le labbra che danno un bacio a qualsiasi zotico,

come potrebbero mai ritrovare la dolcezza dei baci di Gesù?

 

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